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Il trionfo di “Call me by your name” e l’Italia ancora troppo indietro

Call Me By Your Name ce l’ha fatta. Il film di Luca Guadagnino, adattamento dell’omonimo romanzo di André Aciman, ha ricevuto ben quattro nomination agli Oscar 2018 (miglior film, miglior attore, miglior canzone e miglior sceneggiatura non originale). In Italia ci stiamo già sfregando le mani: “Non succedeva dai tempi di Benigni!”, “Miglior Film: dopo 19 anni ci siamo di nuovo!”  – come se fosse un vittoria italiana. Come se ci riguardasse.

Il film in realtà è americano, ma non si può neanche chiamare Luca Guadagnino “il regista italiano” come tutti fanno. Io proporrei qualcosa tipo: “l’italiano diventato regista all’estero”. Perché per ottenere quel che sta ottenendo, dall’Italia Guadagnino è dovuto andarsene via.

Call Me By Your Name non ci appartiene, anche perché i finanziamenti per girarlo Guadagnino non li ha trovati in Italia. E non a caso. Call Me By Your Name è un film troppo vivo e anti-retorico, soprattutto tenendo conto che ha al centro una storia di iniziazione erotica gay. È un film che non asseconda le aspirazioni del nostro cinema allo status quo e al già visto. Guadagnino su questo ha detto: “Molti non hanno finanziato il film proprio perché mancavano i cliché (…) come la presenza di un antagonista, che di solito alla fine permette agli amanti di superare ogni avversità o, se si tratta di una storia gay, di soccombere. Viceversa qui c’è un atteggiamento di supporto del mondo esterno, che mi ha dato la libertà di essere molto vicino ai miei personaggi”. E non stupisce che quel “supporto del mondo esterno” qui in Italia non abbia interessato nessuno.

Call Me By Your Name è un film che incarna ciò che nel nostro Paese non esiste e forse non esisterà mai: la percezione della serietà intrinseca di ogni forma di amore, e quindi anche della serietà e la bellezza dell’amore tra uomini. L’omosessualità, qui, è ancora vista e rappresentata come una faccenda da tollerare e specificare, a mo’ di concessione o elemosina ottenuta grazie alla rivendicazione di gruppo, roba da Arcigay e telefono amico. Una dimensione di minorità, di minoranza, che non appartiene per niente all’opera di Guadagnino, che vola invece alto, molto alto, e plana via dalle miserie di questo nostro Paese che il suo film non se lo merita e giustamente non l’ha avuto: “Non capisco perché ‘Chiamami col tuo nome’ si debba definire un film a tematica omosessuale o appartenente al genere LGBT. È solo la storia di due persone e non ha nessuna aderenza a una sorta di costrutto identitario di genere, relativo a categorie che nascono dalle fondamentali rivendicazioni dei diritti civili. Il desiderio e i diritti civili non vanno a braccetto, ma i diritti civili possono far comprendere che il desiderio non può essere incasellato”

Una storia a suo modo enorme, potente nella sua fedeltà alle piccole morfologie del sentimento, com’è quella di Call Me By Your Name, esula dalle nostre possibilità. E per questo nessuno dovrebbe azzardarsi a rivendicare l’italianità di quegli eventuali – speriamo davvero quattro – Oscar. Di quella vicinanza e di quella finezza, della compassione e dell’autenticità di questo film, noi non siamo capaci. Men che meno quando i protagonisti si chiamano Elio e Oliver e non, chessò, Elio e Olivia.

Quindi, se proveremo a salire sul carro vincente di Guadagnino, chiamateci pure col nostro nome. Ad esempio ipocriti.

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